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Da alcuni anni sono referente per la dislessia e insegno nella scuola primaria di Argentera Canavese. Autrice della favola "Lucertolina e Mirtillina" del libro per bambini sui DSA "Abracadabra Lucertolina". Alcune mie favole sono state pubblicate in altri due libri per bambini editi dalla casa editrice Mammeonline; curo il forum DSA su un sito per mamme;ho relazionato ad incontri e convegni sui disturbi specifici dell'apprendimento. Ho presentato il libro sui DSA, di cui sono coautrice, al Salone del Libro di Torino. Ho conseguito la specializzazione polivalente presso l'Istituto G Toniolo di Torino, con il massimo dei voti.

giovedì 11 settembre 2008

QUANDO UN DSA VIENE DIAGNOSTICATO NELLA SCUOLA SUPERIORE

Le indicazioni generali sui DSA sono valide per ogni ordine di scuola, ciò che può cambiare è il contenuto, le metodologie possono essere,a grandi linee le stesse, benché più articolate e strutturate in relazione agli argomenti e alle discipline trattate.

Prima di passare alla metodologia credo sia importante trattare un aspetto di cui si è discusso durante la formazione online dei referenti per la dislessia, ossia l'accoglienza di un ragazzo DSA in un ordine di scuola superiore.
Prima di tutto voglio precisare che quanto esprimerò di seguito è semplicemente una riflessione che prende spunto da un interrogativo e un confronto avvenuto all'interno della piattaforma di autoformazione per i referenti DSA tra docenti della scuola secondaria, pertanto quanto espresso può essere messo in discussione, valorizzato e potenziato condividendo altre esperienze avvenute direttamente "sul campo".

La riflessione ha avuto origine dall'interrogativo di un collega che si domandava quale fosse il modo migliore per integrare un alunno DSA che ha scoperto da poco il suo disturbo.


Può succedere che i casi di DSA vengano diagnosticati tardivamente, magari quando il ragazzo ha concluso parte del suo percorso scolastico e si trova a dover fare delle scelte per il futuro.
Come devono comportarsi i professori di fronte a un ragazzo che scopre per la prima volta il suo disturbo e dà un nome alle sue difficoltà scolastiche?
Certamente la prima cosa da fare è parlare, il dialogo è fondamentale, soprattutto in un'età in cui il ragazzo è in grado di comprendere in modo profondo quanto gli viene spiegato. Non esiste una ricetta con modelli di frasi più o meno adatti: ogni ragazzo è un soggetto a sé e solo gli insegnanti che lo hanno seguito durante il percorso scolastico possono conoscere il modo migliore per affrontare l'argomento, pertanto diventa fondamentale la continuità educativa con gli ordini di scuola precedenti.

La prima cosa da accertare è la presa di coscienza da parte del ragazzo delle sue difficoltà, se si rende conto di averne e quanto queste influenzano la sua sfera psicofisica. L'emotività è un elemento importante nel processo di apprendimento, una scarsa autostima nelle proprie capacità, una mancata consapevolezza delle caratteristiche del proprio disturbo possono sia condizionare drasticamente i successi scolastici sia creare una percezione sbagliata di se stesso al punto da portare dentro di sé il disagio per tutta la vita. In merito credo sia opportuno riportare un passo tratto da “Diario di scuola “ di Pennac: “ANCHE SE POSSIAMO GUARIRE DALLA SOMARAGGINE LE FERITE CHE ESSA CI HA INFLITTO NON RIMARGINANO MAI DEL TUTTO. QUELL'INFANZIA NON E' STATA DIVERTENTE E RICORDARLA NON LO E' DI PIU'..."


Anche la relazione con la famiglia è fondamentale al fine di comprendere il livello di consapevolezza, di frustrazione e di "dolore" del ragazzo oltre che della famiglia stessa.
I genitori, spesso, sono condizionati dai pregiudizi comuni in merito agli insuccessi del proprio figlio e il più delle volte ignorano cosa siano la dislessia e i DSA pertanto mettono in atto comportamenti lesivi dell'autostima del figlio. Molte volte quando scoprono l'esistenza del disturbo si creano profondi sensi di colpa sia per non aver compreso le vere ragioni delle difficoltà del figlio negli anni scolastici precedenti, sia per l'esistenza stessa del problema. La madre, come avviene in tutte le situazioni diverse dalla normalità, si sente responsabile e ricerca nella propria gravidanza, nel parto e nel proprio albero genealogico le radici del disturbo. Questi sensi di colpa accompagnati all'apprensione verso il percorso scolastico del figlio sono sentimenti che non abbandoneranno mai la madre per tutto il resto della vita e anche in questo caso possiamo ricordare l'ultima pubblicazione di Pennac dove, nelle prime pagine racconta l'ansia persistente della madre ormai vicina ai cento anni, di fronte al figlio, senza considerare importante il fatto che l'asino del passato è ormai un uomo arrivato, un uomo che ha saputo vincere le proprie difficoltà.

Altro aspetto importante da non sottovalutare è l'ambiente sociale in cui il ragazzo deve trascorrere gran parte del suo tempo: la classe. Sappiamo che chi non è abile è spesso oggetto di scherno da parte dei suoi pari pertanto si rende necessario un accurato lavoro di mediazione e programmazione da parte di tutto il corpo insegnante atto a comprendere le diversità individuali mettendo in evidenza pregi e difetti, potenziando i primi e considerando peculiarità personali i secondi, da cui è comunque possibile estrapolare elementi positivi per la crescita sia individuale sia del gruppo stesso. Al fine di attuare una buona valorizzazione delle proprie potenzialità sono state messe a punto diverse metodologie non solo pedagogiche ma anche didattiche, primo fra tutti il cooperative learning dove tutti gli elementi di un gruppo sono costretti a collaborare mettendo a disposizione dei compagni i propri punti di forza al fine di raggiungere un obiettivo comune. In merito vi segnalo alcuni link in cui è possibile approfondire il discorso prendendo spunto per il proprio lavoro.

http://www.edscuola.it/archivio/comprensivi/cooperative_learning.htm
http://www.apprendimentocooperativo.it/
http://www.abilidendi.it/materiale.htm
http://www.scintille.it/